Il commercio equo e solidale (CEES) o fair trade ha alla base un principio semplice: il prezzo di un prodotto deve internalizzare tutti i costi. In special modo i costi ambientale e sociali: cioè non si può sfruttare i lavoratori, facendoli lavorare in condizioni non dignitose o pericolose per la salute, nè possiamo distruggere l'ambiente senza costi. Il CEES non si contrappone al mercato nè vuole essere alternativo al mercato, ma anzi può elimiminare alcuni fallimenti del mercato convergendo all'equilibrio competitivo. Infatti in condizione di monopsonio, come sono(o così possono essere considerate) molte realtà nel Sud del mondo, l'aumento del salario può far aumentare l'occupazione e può far convergere verso l'equilibrio competitvo. Per chi non ha dimestichezza con il monopsonio, considerate che la curva di costo marginale del lavoro nel grafico salario occupazione sta tutta sopra l'offerta di lavoro (supposta crescente per eterogeneità dei salari di riserva). L'equilibrio nel mercato competitivo è l'incrocio tra la curva di prodotto marginale e quella di offerta; in un mercato monopsionistico l'impresa sceglie(come occupazione) l'incrocio tra curva del prodotto marginale e costo marginale. E' chiaro aumentando il salario, l'impresa sceglierà più occupazione e saremo più vicini all'equilibrio competitivo.
Inoltre il CEES elimina le restrizioni del credito con finanziamenti a chi sarebbe produttivo ma non ha garanzie. Aumenta, poi, il welfare dei produttori, anche garantendo un prezzo stabile, al di là delle oscillazioni dei prezzi di borsa. Per di più offrendo prodotti etici aumenta il benessere di almeno una parte dei consumatori.
Ma la cosa che forse è più importante è che se arriva ad avere quote di mercato non trascurabili innesta meccanismi di imitazione da parte delle imprese tradizionali che vedono aprirsi un nuovo mercato profittevole.
Il potere di creare circoli virtuosi è quindi nelle mani dei consumatori.
A breve metterò altri post sul CEES per discutere altre potenzialità, ma anche i problemi e i dubbi fa sorgere. Se vi interessa ho ripreso tutto da questo paper: http://www.economia.uniroma2.it/dei/professori/becchetti/responsabilitasociale/ceismodellofairtradeworld.PDF
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Interessante Daniele. Volevo chiederti, in che maniera il CEES eliminerebbe le restrizioni del credito con finanziamenti a chi non ha garanzie?
RispondiEliminacapisco che il potere di innescare un circolo virtuoso sia tutto nelle mani dei consumatori.
RispondiEliminaEd è questo il problema,mica piccolo, del cees.
Quanti prodotti equosolidali avete comprato ultimamente? e guardate che siamo un campione piuttosto strano..
Credo poi che esistano alcuni problemi d'informazione sulla misura e l'entità dei costi internalizzati..se vi sono asimmetrie informative sull'entità di questi costi, quale criterio d'acquisto dovremmo utilizzare? compro quello che costa di più di tutti? mi sentirei un po' un boccalone..sto dicendo minchiate?
(si, ho deciso che in questo blog farò la parte di quello di destra, vagamente neoclassico.
RispondiEliminaSarà la vicinanza del Dante Carlo, sarà che prevedo una pericolosa uniformità di vedute)
Il CEES, alle cooperative produttrici, concede anche finanziamenti, in genere sotto forma di anticipi sugli acquisti. Questo permette di superare il problema del razionamento del credito; in particolare il fatto che le banche non concedono prestiti a chi non ha garanzie anche se questi ha potenzialmente la capacità di restituirli. Questo è un po' il principio del microcredito, e, se i prestiti vengono rimborsati, è sicuramente un meccanismo efficiente e che incrementa il benessere collettivo. Qui per ora comunque sto parlando in maniera teorica senza avere dati sui prestiti e sui rimborsi. Detto questo, però, siccome molte cooperative restano in piedi e le organizzazione del CEES si allargano si può presupporre che il meccanismo funzioni.
RispondiEliminaoff topic: come faccio a capire con chi parlo? mi potete mandare una lista con nickname e nomi veri danke
RispondiEliminaquando ce la faccio, ho già detto che farò un post con i problemi del CEES :-)
RispondiEliminaComunque una delle questioni è quella dei marchi (label in inglese) e delle organizzazioni che le concedono.
Finalmente facciamo sul serio, bravo daniele!
RispondiEliminastruzzo(alias a.m.), ben vengano i rompiballe!
Mi metto subito nella lista...
1. daniele, dici che i mercati del sud del mondo sono monopsonistici. Ma ciò è vero se escludi il CEES! I produttori Fair Trade si organizzano in piccole comunità che spesso hanno la proprietà della terra e sono autonomi dai latifondisti. Secondo me quindi usare il modello di monopsonio in questo caso è sbagliato.
2. Il CEES, come hai detto, ha una ottima proprietà per i produttori: bassa volatilità dei prezzi, cioè poca insicurezza (che permette più facilmente di investire). Però, come dice struzzonomics, c'è un nuovo tipo di incertezza: sono in balia dei vezzi dei consumatori occidentali! Per esempio, in momenti di crisi i consumi in europa si riducono, ma si riduce ancora di più la domanda di prodotti CEES.
Riapro un problema che Struzzonomics ha giustamente aperto. Ci sono costi che difficilmente si possono monetizzare. In caso hai già pensato a qualcosa? In linea teorica dico..
RispondiEliminaCredo che una differenza "minima" di prezzo per questi prodotti rispetto agli omologhi "occidentali" possa innestare un buon circolo vizioso d'acquisto e non scoraggiare troppo. Bisogna sempre considerare che un fattore etico è quasi sempre presente nell' utilità del consumatore. Ma una stima di questo è molto difficile a mio avviso e molto discutibile.
..come il buon Claudio d'Essex potrebbe facilmente dimostrarci con una lectio magistralis in Econometrics.eheh
Ovviamente Daniele sono molto interessato al tutto..Queste forme di mercato "alternative" aprono molteplici scenari. Chiedo in quanto ignoro.
RispondiEliminaAspetto con anZia il post sui "contro" del CEES... è interessante che l'accademia si occupi (forse ancora marginalmente?) di questo "fenomeno" che ha iniziato a espandersi una decina d'anni fa, forse meno. Credo che il punto sul razionamento del credito sia efficace, nel senso che il problema delle garanzie è evidentemente un punto a sfavore dell'efficienza. Come direbbe Bowles, i soldi li prende chi già li ha, nel nostro sistema bancario(estremizzando).
RispondiEliminaPer l'internalizzazione dei costi serve davvero una gran bella lecture di Econometrics magari!
Forse ci vorrebbero delle tabelle standardizzate tipo quelle che già ci sono delle calorie? E' un po' complicato suppongo, ma altrimenti si cade davvero nel "più pago più mi sento a posto" no?
P.S.: lista dei nomi UMANI sarebbe bene accetta!
Gabri
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaRispondo a Claudio(mrk):
RispondiElimina1) il discorso è proprio quello: senza il CEES quel mercato è monopsionistico e quindi "lontano" dall'efficienza.
2)Questo è sicuramente un problema, non so se più che compensa l'aspetto della volatilità dei prezzi, ma non ho dati su, ad esempio percentuale delle cooperative CEES fallite o che comunque hanno sofferto questa cosa.
Per Ale, Marco e Gabri (struzzo, Jackie e signor G):
Per quanto riguarda l'internalizzazione dei costi è "solo" un problema del marchio (o meglio dei marchi). Se possiamo fidarci del marchio la vostra obiezione cessa. Il problema si sposta sull'efficienza e la credibilità del conferimento del marchio e dei controlli, nonchè nella riconoscibilità dello stesso.
Mi spiego meglio: come si internalizzano i costi ambientali e sociali in maniera "semplice": con un codice di condotta. Dove, ad esempio si dice che i lavoratori non lavorano più di tot ore al giorno e lavorano in condizioni salubri, oppure che ogni anno si ruotano le colture lasciando riposare una parte del terreno(questa l'ho inventata ma è per dare l'idea). Queste condizioni, come si capisce bene, aumentano i costi di produzione internalizzando appunto i costi sociali e ambientali.
@dani: l'ho detto perché hai scritto che aumentando il salario (per il l'effetto fair trade?) l'impresa aumenterà l'occupazione e saremo più vicini all'equilibrio competitivo. la mia critica era rivolta alla possibilità che il CEES faccia aumentare il salario del mercato monopsonistico. Quando sarà abbastanza forte da farlo, il mercato non sarà più monopsonistico e si è in un sistema diverso (che forse nemmeno è la concor perfetta). Finché non sarà così radicato ci sarà una netta segmentazione, cioè saranno due mercati distinti.
RispondiEliminaInteressante risposta riguardo il marchio.
RispondiEliminaL'unica obiezione è un po' il continuo del mio post precedente. Prendiamo l'esempio dei palloni Nike dove c'è garanzia di non utilizzo lavoro minorile. Il pallone da calcio è un tipico prodotto per cui salvo scimmiati tossici del calcio, le persone normali preferiscono spendere non una cifra molto alta. Davvero tante persone scelgono il pallone Nike per il fatto d'avere una garanzia etica e non semplicemente un effetto marca standard (del tipo mi piace il pallone perchè è "Nike" e non perchè i bimbi non lo cuciono)?Quello che vorrei dire è che sono concorde con la garanzia del marchio ma per certi prodotti l'importanza è e continuerà ad essere la differenza di prezzo secondo me. Finora i prodotti equo e solidali sembrano differire notevolmente in questo rispetto agli omologhi occidentali (pura e semplice esperienza personale!). Il problema si sposterebbe come al solito sulla coscienza sociale..e allora li, si fa davvero difficile una previsione sensata.
Riassumendo: Quanto costa l'eticità? Quanto sono disposti a pagarla i consumatori occidentali? Quanto si informano quest'ultimi?
il dato italiano sulla spesa procapite in beni equosolidali è il più basso d'europa.33 centesimi di euro a testa.
RispondiEliminax Cla:
RispondiEliminaora ho capito e penso anke che tu abbia ragione. Ciò non toglie che partiamo da una situazione di monopsonio con sotto-occupazione e salari più bassi rispetto a quella "ideale" e se per iperbole quel mercato fosse tutto in mano la CEES, alzando i salari ci si avvicinerebbe all'efficenza. Per le situazione intermedie ci sono varie possibilità, che più che altro dipendono da quali lavoratori entrano nel CEES, ma devo ancora studiarci.
Uscendo per un attimo dalle considerazioni strettamente economiche, direi che intanto quei lavoratori staranno meglio e che in ogni caso, qui è anche un discorso di diritti che andrebbero tutelati a prescindere dalla (2stramaledetta") efficienza.
per Marco e Ale:
ci sono un po' di indagini (campionarie :-)) sulla propensione a pagare di più da parte dei consumatori per prodotti etici che sembrano dire che la potenzialmente una fetta di mercato c'è. Poi l'evidenza empirica della crescita delle vendite dei prodotti fair un po' dappertutto nel mondo. Con questo non voglio dire che non ci siano dubbi o problemi x il futuro. Uno dei nodi è comunque l'ingresso dei prodotti fair nella grande distribuzione con i problemi anche etici che questo comporta, oltre, ovviamente alla consapevolizzazione delle masse :-) (leggasi informazione e cultura)
Grazie a tutti, i vostri commenti si stanno rivelando utilissimi a chiarirmi le idee.
la situazione fra la concorrenza e il monopsonio dovrebbe essere l'oligopsonio,alterego dell'oligopolio dal lato della domanda di fattori, forse l'eteropsonio ha qualche sfumatura in più ma non la conosco.
RispondiEliminacomunque non è che alzando il salario aumenta l'occupazione e l'efficienza, ma aumentando la concorrenza nella domanda di fattori aumentano salario e occupazione avvicinandoli a quelli di efficienza.
su informazione e fiducia, è stato criticato ad esempio in Brasile, che l'agricoltura biologica per il fair trade va a scapito della foresta amazzonica, prendendo terreni che saranno coltivabili solo per alcuni anni. Ora dato che in questi acquisti fair c'è una scelta politica(pago un sovraprezzo per ciò che vorrei fosse legge), se c'è il minimo dubbio sulle conseguenze dell'acquisto il sistema si rivela un po' fragile. C'è il rischio di prendersi una doppia...che forse spaventa gli italiani, avezzi a subire tali dolorose intrusioni.
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