sabato 13 febbraio 2010

Il titolo che manca

"Now here, you see, it takes all the running you can do to keep in the same place!"

Lewis Carroll (1871)-Through the Looking-Glass


Vorrei sottoporvi un quesito o meglio forse un "puzzle".

Osservando un pochino la composizione delle classi qui alla Queen Mary ciò che balza all'occhio è che, almeno per la materie scientifiche, il numero di iscritti di origine anglosassone ai Master è sorprendentemente basso comparato alla percentuale indiana, cinese e resto del mondo. Ci si pone quindi una domanda. Quali sono le ragioni? E' un fatto esclusivamente monetario (costo del Master)? E' una conseguenza di un mercato del lavoro più ricettivo nei confronti di studenti con semplice "prima laurea"? Perchè così tanta differenza con i paesi dove il costo d'iscrizione è più basso?

Scartato per un momento il fattore nazione d'origine, ci si chiede se il costo elevato del Master possa servire da "filtro" nei confronti dei "motivati e non" e quanto quest'ultimo possa incidere anche sulla qualità dell'offerta di lavoro.

Premetto che non penso di studiare più a fondo la questione. E' solo una curiosità personale.

Ovviamente quando si parla di costo dell'istruzione si viene sommersi dall'onda gigantesca del "diritto allo studio" e dalle problematiche dell'assegnazione di borse e/o aiuti ai meno abbienti.

Prima di morire vorrei comunque avere il diritto di parola. Un po' come l'ultima frase che pronuncia il condannato dopo esser stato bendato nel patibolo.

Quello che vediamo nelle università italiane è un po’ la stessa dinamica che ritroviamo quando bloccati in auto in mezzo ad una coda di 4 Km ci chiediamo “perché ho preso l’auto sapendo del rischio di passare una nottata in tangenziale?”. Sempre più aggiungiamo al nostro CV sigle, titoli, competenze, certificazioni. Anno dopo anno. Sempre più sembra non bastare. Ci si guarda alle spalle e ci si sente sempre come rincorsi da migliaia di giovani che come noi vogliono distinguersi dalla media. La stessa cosa che accade andando ad un concerto dove se si inizia seduti, si finisce a passare il resto della serata in piedi solo perché “un primo” si è alzato per un motivo al di fuori dei nostri cari modelli economici. Perché un po’ tutto gira intorno al “segnale” che diamo alla società. E l’università, come già enormemente studiato, è l’esempio più lampante.

Quello che mi chiedo è perché “c’è traffico”? Davvero esistono tutti questi “studiosi” o meglio “ambiziosi” intorno a noi? Perché la maggior parte degli individui desidera migliorare il segnale fino a creare quel circolo vizioso descritto poco fa? Perché non si verifica una divisione del mercato del lavoro più efficiente, dove gli interessati a lavori più “difficili” competono per l’alta istruzione e quelli meno scelgono lavori meno qualificati? La risposta che verrebbe da dare è la scarsità del lavoro senza lauree e via dicendo. Ma questo argomento tende a cascare quando si guarda il numero di iscritti a facoltà umanistiche dove (e non mi si venga a dire di no) si può ben prevedere la difficoltà quasi alla pari con i senza titolo nella ricerca di lavoro post-lauream.

Una spiegazione che mi sto dando ultimamente ricalca un po’ gli utlimi lavori di Akerlof sull’ Identity Economics. In particolare credo che assumendo bassi costi di istruzione ( si consideri che se si ha appoggio familiare come nella gran parte dei casi almeno il costo della tassa d’iscrizione soprattutto delle facoltà umanistiche è “basso”) o almeno bassi comparati ai paesi anglosassoni, ciò che spinge gli individui ad un investimento quasi a perdere sia l’appartenenza ad un determinato gruppo sociale con determinate norme, diverse dagli altri gruppi e disutilità in caso di non appartenenza al “giusto” gruppo (si potrebbe aggiungere anche il costo relativo a comportamenti free rider degli appartenenti allo stesso gruppo..lasciamo perdere per ora). E’ un po’ quello che si osserva quando guardando il mercato del lavoro ci si accorge che ci sono categorie di lavori nemmeno presi in considerazione da cittadini italiani d’origine. Ed il costo d’identità è maggiore nel caso dell’istruzione tanto più il reddito è elevato (salvo il caso dell’imprenditore italiano che lascia l’impresina al figliolino imbecille che probabilmente non sa nemmeno cosa vuol dire dirigere un’azienda). Ma che distorsioni può portare una dinamica di questo tipo? Se consideriamo il costo di ogni singolo studente per lo Stato direi notevoli, se consideriamo il costo per ogni singolo nucleo familiare altrettanto dal punto di vista monetario ma mitigato per la “soddisfazione” di non aver tradito la regola d’identità del gruppo sociale d’appartenenza. Quali possibili interventi?

Attendo prima risposte vostre per poi darne delle mie..


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8 commenti:

  1. E' davvero una delle prime cose che si notano qui in UK.
    Per prima cosa, dirò una cosa ovvia. UK e Italia sono due mondi completamente diversi. Nel campus di Essex stanno facendo dei lavori, perché costruiscono nuove strutture (già qui la differenza: campus? investimenti?). Gli operai sono tutti inglesi. Qui non ci sono marocchini a fare i vu cumprà e nemmeno gli ho visti a fare le riparazioni dei tombini.

    Con il sistema inglese puoi ottenere un PhD a 25 anni, senza per forza esser un fenomeno. In tre anni di bachelor (triennale) loro ottengono una preparazione molto più appetibile per i datori di lavoro. L'approccio inglese è problem set ogni settimana e molte tesine da scrivere. Pratica, non ripetere a pappagallo. Si dice che l'Italia sforni bravi laureati, ma solo dal punto di vista teorico. Ottimi per continuare a studiare, ma forse poco per andare a lavorare.

    Da quanto ne so anche la Francia ha lo stesso problema. Tutti fanno la specialistica, altrimenti è come non aver fatto niente.

    Il problema dovrebbe essere visto come un rapporto di fiducia tra aziende e università. I datori di lavoro sanno bene come funziona l'università. In UK si fidano, in Italia no.

    Sapete cosa c'è scritto nel diploma in inglese rilasciato dalla segreteria di siena? Che il 35% degli iscritti a SE prende 30 agli esami e il 65% prende 110 e lode. E' la farsa, ci credo che poi dobbiamo andare all'estero a prendere un'altro master.

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  2. Apro Repubblica.it e ci trovo un articolo sul calo delle iscrizioni universitarie..
    Potrebbe essere forzato ma secondo me i dati un minimo sembrano confermarmi.
    Il calo riguarda prevalentemente il Sud del Paese. Il Nord ed il Centro riscontrano infatti un aumento ed un leggero calo rispettivamente. Il giornalista si chiede se questo possa essere dovuto alla scarsa fiducia che gli studenti hanno in certe zone sulla possibilità di spesa della propria Laurea finiti gli studi.
    Io risponderei positivamente alla domanda per un motivo in particolare. Se ci fosse se non la certezza ma comunque una forte differenza tra neo-lavoratori con laurea e lavoratori senza titolo al momento di ingresso nel mercato, seppur il costo d'istruzione non sia "così basso", l'investimento risulterebbe iper-conveniente. Le tasse universitarie in media ammontano a 1000 euro (stima imprecisissima )e se si sommano anche i costi di studio fuori sede e del materiale didattico i costi salgono notevolmente. Ad ogni modo, non si è visto un aumento considerevole rispetto gli anni passati.
    Verrebbe da chiedersi se allora non fosse la sfavorevole congiuntura economica che ha colpito le famiglie negli ultimi due anni che va ad incidere sulla scelta d'investimento in istruzione.
    In parte credo di si. Ma non si spiegherebbe allora l'ultima riga del'articolo.
    Cresce la percentuale di studenti meridionali che studiano fuori regione d'appartenenza.
    Quest'ultimo fatto sembra confermare il fatto che l'investimento in studio continua ad essere considerato "remunerativo" ma che dato l'aumento della sfiducia nella spendibilità del titolo, le famiglie cercano di "investire in titoli sicuri".
    Per concludere sembra che nonostante il titolo universitario sembra corrodersi anno dopo anno, le famiglie investono risorse sull'istruzione.

    P.S: Una curiosità. Ho assistito ad un fenomeno da manuale d'Economia quest'anno in UK. Per la crisi che ha colpito fortemente il settore finanziario londinese nello scorso anno, sono aumentate incredibilmente le iscrizioni ai Master! I ragazzi pur di non far nulla, aspettando la congiuntura favorevole, investono in titoli universitari (costosi) nell'anno difficile. Massimizzazione dell'Utilità e Smoothing!

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  3. Scusate, una precisazione.
    Le famiglie continuano ad investire nonostante la spendibilità del titolo sembra ridursi sempre più minimizzando il rischio di non trovare lavoro post-lauream (emigrazione in regioni più "ricche"). Tutto ciò alimenta il kreislauf o la dinamica del gatto che si morde la coda..

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  4. Concordo a pieno con la velata "protesta" di mrkurtz, ed aggiungerei (forse banalmente) che il problema della calca di laureati con 110 e lode disoccupati o emigrati è tipicamente italiano e dipende, oltre che da differenze nei contenuti e nelle modalità di studio, anche (e forse soprattutto) da differenze nei regolamenti. Infatti, credo che la maggior parte di voi abbia potuto constatare che in tutti gli altri Paesi europei, anglosassoni e non, i metodi di valutazione sono molto più restrittivi e selettivi rispetto ai metodi adottati dalle università italiane.
    Ad esempio, ottenere il massimo ad un esame è quasi impensabile, ed è altrettanto impensabile rifiutare un voto non gradito ed avere la possibilità di rifare l'esame infinite volte fino a raggiungere il voto agognato.
    Quindi, una volta terminata l'università, la segnalazione attraverso i risultati accademici è molto più credibile ed efficace, dato che la selezione è già avvenuta in itinere, nel senso che chi non riesce a passare gli esami in tempo utile o a rispettare i criteri di ammissione a ciascun anno accademico si auto-esclude dal sistema universitario, senza alcuna violazione del suo diritto allo studio.
    Ed a questo punto, anche selezioni basate sull'età dei candidati vengono a cadere, mentre in Italia l'età diventa uno dei criteri principali di scrematura nella moltitudine di laureati.

    Vorrei, poi sollevare un'altra curiosità che, se vera, andrebbe soltanto a rafforzare gli argomenti sostenuti finora.
    Voci di corridoio di studenti americani dicono inoltre che un titolo di master post-laurea negli Usa è addirittura dequalificante, poichè si ritiene che sia conseguito solo da coloro che non sono all'altezza di accedere ad un dottorato o di trovare lavoro dopo la laurea. Addirittura sembra che un anno di master dopo la laurea abbia un effetto negativo nella determinazione del salario.
    Qualora queste voci fossero vere, ci troveremmo di fronte ad un vero e proprio "paradosso intercontinentale", ed in parte spiegherebbe il motivo per cui i master anglosassoni siano così ambiti dai non-aglosassoni e "denigrati" da inglesi ed americani.

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  5. @felinomics: ma non me lo potevi dire prima che iniziassi il secondo master? ;-)

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  6. Anche io ho fatto lo stesso errore...e dovevo iniziare il master per scoprirlo...;-)

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  7. mmm dequalificante? Esperienza personale non ne posso avere ma da quanto mi sembra d'aver capito senza un Master è molto difficile poter sperare di trovare un qualche lavoro con remunerazione sopra la media. Tra l'altro quello che ho visto è che ci sono molti studenti di Master qui da me che vengono da Banche e quant'altro "costretti" dai loro capi. Molti magari iniziano a lavorare con Bachelor per poi finire a prendersi il Master successivamente quando la "carriera" lo richiede.
    Almeno spero di non sbagliarmi troppo!

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  8. @jackie: quello che dici è giusto, ma fare un master quando hai già iniziato a lavorare (e su richiesta del tuo datore di lavoro) è diverso rispetto a fare un master subito dopo la laurea. Si ritiene che chi fa un master subito dopo la laurea o non ha trovato lavoro o non è stato ammesso ad un dottorato, e per questo potrebbe valere meno...
    Ma, ripeto, sono voci di corridoio non confermate (per ora) dai dati.

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