martedì 16 febbraio 2010

Una lunga debt-deflation in Giappone?

La crisi giapponese ormai non è più al centro dell’attenzione perché sta durando da una ventina di anni. Non è più una notizia fresca, ma dal punto di vista dell’analisi economiche questa persistenza non fa che aumentarne il fascino. La seconda potenza economica mondiale negli anni 1983-1991 aumentò il proprio PIL al passo del 3.75% l’anno e nel decennio successivo il rallentamento fu drastico: 0.32%. Nel 1989 e 1990 ci fu lo scoppio di due enormi bolle speculative, azionaria e immobiliare, che fecero perdere in poco più di un anno fino al 60% agli investitori. A differenza della crisi attuale, i prezzi non risalirono poco dopo ma rimasero stabili ai nuovi valori, per poi crollare nuovamente all’inizio del nuovo secolo. Solo negli anni 2003-2007 la crescita tornò ad una media del 2% l’anno (Penn World Table.)

In quel periodo la disoccupazione toccò al massimo il 5.4% nel 2002, che però può diventare un dramma sociale in un paese dove il licenziamento è considerato un evento più traumatico di quanto sia in occidente. Il governo ha portato avanti una massiccia politica fiscale che ha portato ad avere rapporti deficit/PIL fino al -11.2% nel 1998 e un rapporto debito/PIL a circa il 170% nel 2007. Il Giappone è inoltre famoso per i tassi di interesse nominali pari a zero, una politica che la Banca Centrale ha portato avanti dalla fine degli anni ’90 e che dal 2001 è stata accompagnata da una politica di quantitative easing che ha aumentato enormemente la liquidità a disposizione delle banche.

La deflazione è però il problema più interessante. Se consideriamo il deflatore del PIL, una più corretta misura dei prezzi interni, dal 1995 ad oggi l’indice è calato dell’ 11,4 % (IMF-IFS.) Un tasso di inflazione negativo quasi ogni anno, da ormai quindici anni. Tra i paesi più industrializzati, un caso simile si può trovare negli USA post-Grande Depressione. L’indice dei prezzi scese del 24% in quattro anni (BEA), per poi risalire successivamente.
Nonostante gli sforzi del governo e l’immissione di liquidità della banca centrale (anche se con molti errori, come sottolineano Takatoshi Ito, Frederick Mishkin e altri) i prezzi continuano a scendere e il paese sembra caduto in una spirale deflazionistica. Le aspettative future di inflazione rimangono negative. Gli interventi di politica economica non convincono più gli investitori, che invece vedono aumentare il valore reale del loro debito e come reazione riducono gli investimenti (nel 1992-2004 il tasso medio annuale di crescita è stato -1%) e la produzione. Succede quello spiegato da Irving Fisher nel 1933: con la deflazione c’è una redistribuzione di risorse dai debitori ai creditori che ha pesanti effetti sul sistema.

Se guardiamo il problema da un altro punto di vista, possiamo notare che la banca centrale non può ottenere tassi reali negativi, un potente stimolo per gli investimenti. Non potendo più ridurre i tassi di interesse nominali, con la deflazione i tassi reali rimangono positivi. Riguardo l’inefficacia della politica monetaria in Giappone, Paul Krugman ha riesumato per l’occasione la keynesiana trappola della liquidità, che rende inefficace la politica monetaria perché con tassi di interesse nominali nulli non c’è più differenza per gli investitori tra titoli a basso rischio e moneta.

Il ruolo della teoria economica in questo caso è capire quale è l’effettiva importanza della spirale deflazionistica. Da una spirale si esce solo grazie a fattori esterni. Ti salvi dalle sabbie mobili se qualcuno ti tira una corda. La deflazione può in parte essere un processo autoregressivo, ma ci possono essere altre variabili a determinarla. Individuare queste variabili permette di capire dove la politica economica può concentrarsi per uscire dal problema.

Un'idea può venire da questo grafico (dati: Ministero delle Finanze del Giappone.) Rappresenta l'andamento delle componenti di bilancio aggregate delle imprese giapponesi non finanziarie. I dati sono indicizzati a primo trimestre del 1967. Notare come le variabili crescano di pari passo fino al 1990, l'inizio della crisi, per poi divergere drasticamente. Come nella teoria della debt-deflation di Fisher (poi ripresa anche da Hyman Minsky), problemi di bilancio delle imprese sono accompagnati da un processo deflazionistico. Prossimamente su questo blog.


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