“Folk of my persuasions believe that the future of economics as an intellectually exciting and productive discipline lies in its becoming a properly historical social science. By that I mean a social science in which the path-dependence of outcomes of market and non-market resource allocation processes is accepted and widely understood; whereas, presently such phenomena tend to be regarded by economists generally as anomalous, vaguely pathological, and awkward to reconcile with the fundamental theoretical apparatus relied upon for explaining most of matters of real interest.
[…] My mission here must be to try to help you recall old truths that you already understand quite thoroughly in some contexts, but, that you too often are managing to suppress in going about the business of being a modern economist.”
Mi sembra un approccio interesante,, specialmente avendo in mente l'attuale crisi. Se gli economisti avessero studiato un po piu' le crisi precedenti, anziche' allargarsi sui temi piu' svariati a tratti "inutili" (del tipo perche' i genitori mettono questo o quel nome ai propri figli,pescando uno degli argomenti del bestseller Freakonomics) (scusate per l'eccessiva presunzione,,ognuno ha il diritto di scrivere e studiare cio' che li pare!!!),, forse non ci saremo trovati cosi perplessi di fronte all'attuale situazione. Cmq sono d'accordo che si sta faccendo sentire questa tendenza di guardare sempre piu' indietro anche se mi sembra eccessivo dire che l'economia possa diventare una "scienza sociale di stampo storico". Ci sono alcuni aspetti in cui la storia non aiuta molto (almeno perquanto riesco a guardare indietro), per esempio nella c.d. "weightless economy".
RispondiEliminaConcludo con un americanata:
"History doesn't repeat itself, but it does rhyme"!!! :D
perfettamente d'accordo gabri,
RispondiEliminal'importante è anzitutto avere la consapevolezza del fatto che si tratti di strumenti. ciò può apparire banale, ma spesso mi sembra di percepire che alcuni economisti abbiano una "fede" tale nello strumento da renderlo fine a se stesso. d'altra parte l'economia non ha senso se non come "historical social science". capisco i dubbi di alice, secondo me l'approccio migliore passa per l'esercizio sistematico dello scetticismo. considerare la dimensione storica dell'economia non significa sentirsi autorizzati a spiegare un fatto economico solo sulla base della mera analogia ad uno del passato, senza tener conto delle mutate condizioni ambientali (in senso lato). Così come l'uso di uno strumento, per quanto astratto e sofisticato questi possa essere, deve essere fatto nella consapevolezza della limitata capacità dello stesso di cogliere gli attributi della "realtà". L'economia è anzitutto scienza sociale (nella mia visione ovviamente) e in quanto tale deve essere di volta in volta calata nel contesto storico, nella misura in cui questo fa da framework istituzionale, e nella misura in cui va ad influenzare e determinare l'individuo.
Io non sono d'accordo che la 'weightless economy' non abbia radici storiche. Daniele si ricorderà di sicuro della mitica lezione a Siena (dicembre 2008) di Samuel Bowles dal titolo "Kudunomics"; ho trovato questo link su internet, ma non so se rende l'idea:
RispondiEliminahttp://cyber.law.harvard.edu/events/luncheon/2009/11/bowles
Sull'argomento posto anche un paper di Jonathan Temple (2003) un po' ridondante ma che centra alcuni punti sui paradossi della modellistica (almeno nelle teorie della crescita):
http://www.efm.bris.ac.uk/ecjrwt/abstracts/longrun03.pdf
L'americanata rende l'idea!
Per concludere, lungi da me dire che la storia o l'economia sono una meglio o peggio dell'altra. Direi soltanto che devono guardarsi un po' di più. Per esempio, studiando un po' (ma poco eh) la crisi c'è questo paper interessante sulle assonanze (rime?!) fra le crisi finanziarie in prospettiva storica, come si diceva prima (anche qui i nomi non dovrebbero essere nuovi a Daniele, Fiorito docet):
http://www.economics.harvard.edu/files/faculty/51_Is_The_US_Subprime_Crisis_So_Different.pdf
Enjoy!
Sono molto d'accordo con i commenti precendenti. Si vede che apparteniamo alla stessa Scuola.
RispondiEliminaPer quanto riguarda la Kudu, la trovo molto historical,molto behavioral e molto tutt'e due. L'economia si e' espansa in neuroeconomics, bioeconomics, mental health economics (?!?), economics of happiness, alla faccia di chi la considera scienza triste e noiosa. E' per questo che metterli un solo tag (quello di historical social science) mi sembra restrittivo. I marginalisti ribattezzarono l'allora nota come Political Economy in Economics da Economy+Mathematics,,,cerchiamo di mostrarci superiori!
Condivido, e ribadisco che la provocazione rispetto alla storia va vista in quanto tale, e riguarda di sicuro anche altre discipline. L'economia cognitiva (unico aspetto che ho apprezzato nel corso di Teoria dei Giochi.....) come altre sembra dire alla "economics": <>
RispondiEliminaUn esempio di come ci possa essere uninterscambio fra modi di lavorare è offerto anche da questo paper scaricabile da internet:
http://docubib.uc3m.es/WORKINGPAPERS/WH/wh043101.pdf
in cui sostanzialmente gli autori si sentono di suggerire alla development economics dei metodi di stratificazione dei campioni per sopperire alla mancanza di dati che, così come caratterizzava l'Italia del 1890, caratterizza molti dei paesi in via di sviluppo. E i parallelismi non finiscono qui...
Da notare poi come in questo paper, metodi econometrici abbastanza avanzati (almeno per il mio livello) vengono confrontati SEMPRE con una genuina, lucida interpretazione 'terra-terra' di cui parlavamo prima.
Un bellissimo lavoro, secondo me; anche e soprattutto per il tema!
"Nutrition And Growth In Italy, 1861-1911 What Macroeconomic Data Hide"
di Giovanni Vecchi e Michela Coppola (ho letto una versione 2003 ma dovrebbero essercene di più recenti adesso)
Ciae!
Questa e' sempre stata la discussione cardine dell'economia. Sono sempre stato convinto, come voi, che ogni fase economica e' caratterizzata dalla fase storica in cui si verifica. La path dependence e' indubbiamente importante ad una prima occhiata.
RispondiEliminaDevo dire che di recente ho rivalutato molto la modellistica che prima avevo decisamente sottovalutato, quella alla Fiorito per intenderci. Notate che nei vostri commenti elogiate nuove aree della microeconomia ma poi fate il paragone con la macroeconomia. Kudonomics, behavioral, neuroeconomics ecc... sono tutte micro. Potete dire che tra micro e macro ormai non c'e' piu' differenza. Non e' vero, perche' molti microeconomisti hanno troppo spesso la tentazione di trarre semplicemente conclusioni macro dalla loro analisi micro.
Mentre in micro si puo' entrare nei dettagli e complessificare molto, in macro e' vero l'opposto. In macro servono modelli che coprano la maggior parte della realta' che siano pero piu semplici possibile. Prezzi, salari, produzione, domanda, moneta, occupazione, capitale, ecc...
La teoria macro si sta complessificando, ma lentamente e nella direzione giusta. Per studiare seriamente la path-dependence servono modelli non lineari (perfino processi non ergodici! Guardate l'articolo di Paul Davidson, 1982). Ma studiare modelli del genere senza approssimarli e' un casino incredibile!!! Servono lauree in matematica o fisica, quindi dovremmo far festa tutti!!!!
Volevo fare il punto di quello che volevo dire nell'ultimo commento. Nell'economia teorica la questione della path dependence si risolve in due modi. O si sceglie lo storicismo come metodo di indagine, come facevano Marx e l'istituzionalismo americano (Veblen). Oppure, se si vogliono usare i modelli, mettiamoci le mani nei capelli e iniziamo a parlare di processi non ergodici.
RispondiEliminaCercare "non ergodic" e "path dependence" su google...