Il file sharing ha rovinato i sogni di gloria dell'industria musicale. Con la globalizzazione, radio e televisioni di tutto il mondo sono state inondate di musica occidentale. Backstreet Boys e Take That sono stati tra i primi ad essere mandati in onda quasi in contemporanea dal Sudafrica alla Russia. Per quasi un decennio si può dire che questi sogni si sono realizzati, con profitti esorbitanti. La grande platea dei consumatori omologati e occidentalizzati è cresciuta e continua a crescere, quindi la favola sarebbe potuta continuare.
Le nuove tecnologie solitamente sono una pozione per abbassare i costi e alzare i profitti ma, ironia della sorte, questa volta sono diventate un veleno per gli imprenditori della musica. La storia la sappiamo e siamo tutti coinvolti (la si può in parte estendere anche all'industria cinematografica). I formati digitali, mp3 e divx, hanno scompigliato le carte e ancora nessuno sa come ricominciare il gioco. Libera conoscenza o difesa dei diritti di proprietà intellettuale? Il problema non si può ridurre in questi termini, è ben più complesso.
Pensate che perfino la teoria economica (nella sua versione “marginalista”, quella più usata e diffusa), costruita sull'idea di un'economia che produce grano, lavatrici e scarpe, darebbe una risposta imbarazzante al problema: ha ragione chi scarica film e musica da Emule. Il prezzo di un bene è pari al costo dell'ultima unità prodotta (costo marginale). Ebbene, produrre la prima copia di un film o di una canzone ha costi alti, anche milioni di euro, mentre dalla seconda copia digitale in poi non ci sono più costi. Se si ha un mp3 per averne un altro basta fare copia-incolla, cosa che non si può certo fare con un maglione! Allora il prezzo di un file musicale o video è formato solo da diritti d'autore e da questo si capisce come mai negli ultimi anni si cerchi così tanto di proteggere i diversi tipi di proprietà intellettuale.
Bisogna fare in modo che gli artisti traggano dalle loro opere un reddito per vivere, ma bisogna anche riconoscere l'importanza sociale della cultura. I prezzi di CD e DVD li stanno rendendo troppo spesso un lusso, un fatto che viene usato per giustificare il file sharing di musica e video.
Viene da chiedersi, come mai le biblioteche non abbiano fatto sprofondare nel baratro le case editrici. Con il prestito bibliotecario, gratuito, una volta letto il libro non andiamo poi in libreria a comprarlo, a meno che ci sia piaciuto così tanto da volerlo avere a casa. Il mercato dei libri è sopravvissuto, non solo perché le biblioteche in realtà hanno poche copie di uno stesso volume, ma perché piace molto possederli ed avere a casa una piccola biblioteca personale. Ci sono degli elementi di feticismo che tengono in vita l'industria della cultura: piace possedere il DVD del film preferito e se un disco piace, preferiamo avere la copia originale piuttosto che quella masterizzata (per la qualità audio e per il libretto). Certo che non tutti siamo così, infatti negli ultimi anni la diffusione del filesharing ha contribuito al calo delle vendite di CD (è discutibile però che sia l'unica causa), ma senza questo “feticismo” le vendite sarebbero crollate ancora di più. Molti cantano la fine del CD, celebrando la nuova era del digitale.
Facciamo però attenzione: i CD continueranno a vendere, anche se non porteranno più i profitti del passato. Passare completamente ai formati digitali (a meno che gli artisti non li distribuiscano ad offerta libera, come hanno fatto i geniali Radiohead) farebbe diventare Internet un campo di battaglia. Chi si può immaginare quante restrizioni saranno imposte, quante sanzioni saranno applicate dalla polizia informatica (in barba alla privacy) e quanti siti saranno chiusi? Il tutto per la legittima difesa dei diritti d'autore.
Le nuove tecnologie solitamente sono una pozione per abbassare i costi e alzare i profitti ma, ironia della sorte, questa volta sono diventate un veleno per gli imprenditori della musica. La storia la sappiamo e siamo tutti coinvolti (la si può in parte estendere anche all'industria cinematografica). I formati digitali, mp3 e divx, hanno scompigliato le carte e ancora nessuno sa come ricominciare il gioco. Libera conoscenza o difesa dei diritti di proprietà intellettuale? Il problema non si può ridurre in questi termini, è ben più complesso.
Pensate che perfino la teoria economica (nella sua versione “marginalista”, quella più usata e diffusa), costruita sull'idea di un'economia che produce grano, lavatrici e scarpe, darebbe una risposta imbarazzante al problema: ha ragione chi scarica film e musica da Emule. Il prezzo di un bene è pari al costo dell'ultima unità prodotta (costo marginale). Ebbene, produrre la prima copia di un film o di una canzone ha costi alti, anche milioni di euro, mentre dalla seconda copia digitale in poi non ci sono più costi. Se si ha un mp3 per averne un altro basta fare copia-incolla, cosa che non si può certo fare con un maglione! Allora il prezzo di un file musicale o video è formato solo da diritti d'autore e da questo si capisce come mai negli ultimi anni si cerchi così tanto di proteggere i diversi tipi di proprietà intellettuale.
Bisogna fare in modo che gli artisti traggano dalle loro opere un reddito per vivere, ma bisogna anche riconoscere l'importanza sociale della cultura. I prezzi di CD e DVD li stanno rendendo troppo spesso un lusso, un fatto che viene usato per giustificare il file sharing di musica e video.
Viene da chiedersi, come mai le biblioteche non abbiano fatto sprofondare nel baratro le case editrici. Con il prestito bibliotecario, gratuito, una volta letto il libro non andiamo poi in libreria a comprarlo, a meno che ci sia piaciuto così tanto da volerlo avere a casa. Il mercato dei libri è sopravvissuto, non solo perché le biblioteche in realtà hanno poche copie di uno stesso volume, ma perché piace molto possederli ed avere a casa una piccola biblioteca personale. Ci sono degli elementi di feticismo che tengono in vita l'industria della cultura: piace possedere il DVD del film preferito e se un disco piace, preferiamo avere la copia originale piuttosto che quella masterizzata (per la qualità audio e per il libretto). Certo che non tutti siamo così, infatti negli ultimi anni la diffusione del filesharing ha contribuito al calo delle vendite di CD (è discutibile però che sia l'unica causa), ma senza questo “feticismo” le vendite sarebbero crollate ancora di più. Molti cantano la fine del CD, celebrando la nuova era del digitale.
Facciamo però attenzione: i CD continueranno a vendere, anche se non porteranno più i profitti del passato. Passare completamente ai formati digitali (a meno che gli artisti non li distribuiscano ad offerta libera, come hanno fatto i geniali Radiohead) farebbe diventare Internet un campo di battaglia. Chi si può immaginare quante restrizioni saranno imposte, quante sanzioni saranno applicate dalla polizia informatica (in barba alla privacy) e quanti siti saranno chiusi? Il tutto per la legittima difesa dei diritti d'autore.
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Vorrei toccare tre punti in particolare:
RispondiElimina1) Credo che l'"era digitale" sia l'esempio più lampante ed incredibile della nostra cara e vecchia Economia letta e riletta nei manuali del 1200 d.c.. In particolare non vedo dove possa essere il problema. Quello che sta succedendo secondo me è che tende a scomparire quell'industria "di mezzo" che una volta serviva a fornire mezzi per la produzione, pubblicità, comunicazione e marketing. Semplicemente oggi IO posso produrre con pochi mezzi, IO posso farmi pubblicità ed IO mi vendo alla gente. Possiamo chiamarla una "riorganizzazione produttiva". E' un po' come se nel mercato finanziario non ci fossero più intermediari perchè semplicemente il mercato è perfetto e completa è l'informazione.
2) E' verissimo che la prima copia è costosa (diciamo valore intellettuale) ma è anche vero che come molti gruppi hanno dimostrato se piaci al popolo digitale in due giorni ti puoi ritrovare a suonare all'O2 di Londra. Quello che voglio dire è che tutto il ricavo va al musicista e al musicista non va solo il ricavo (se c'è) del costo del brano da scaricare ma anche la pubblicità e guadagni da concerti\esibizioni. Quando sento musicisti del calibro dei Metallica scagliarsi contro questa tendenza mi viene un secondo da sorridere. Io credo che l'artista debba essere solo che contento del fatto che forse per la prima volta "guadagna" solo per il valore artistico che ha il suo prodotto e non per logiche commerciali che poco hanno di artistico. O forse molti sono un pochino "musicisti contabili"..
3) Concordo con il feticismo di cui parli. Non scompariranno mai i CD come non sono scomparsi i vinili. Alle persone piace mostrare. Che sia la propria biblioteca in salotto o le colonnine piene di interessanti CD/DVD. E' una sorta di soddisfazione personale, di autoerotismo. Credo che anche se non mostrati in pubblico, mostrandoci la collezione a noi stessi diventiamo noi il pubblico commentatore. E allora un po' "godiamo" della quantità e qualità della collezione.
Un po' il meccanismo che si innesta nella mente del "collezionista".
I Metallica, si sa, sono impazziti da tempo. Un gruppo metal che recentemente si è vantato di fare un album "no ballads, no solos", non può che essere affetto da una qualche malattia mentale.
RispondiEliminaTornando al discorso, a loro importa soltanto il ricavo personale. I Metallica ci perdono dal filesharing, perché sono i big legati alla vecchia industria musicale. LE new entry invece ci guadagnano, come hai detto tu.
Ora l'industria musicale punta tutto sui concerti, ho letto che il fatturato per il settore sale vertiginosamente. Come i prezzi dei biglietti :-(
Eh già..per i concerti però mi faccio anche questa domanda: Se si lasciasse completamente libero il mercato dei biglietti, davvero i prezzi sarebbero più bassi di quelli che ora si trovano sui principali siti di vendita ufficiale on-line?
RispondiEliminaIn particolare mi riferisco ai "grandi eventi". Spesso è anche un po' la follia umana che spinge il prezzo a cifre per le quali io venderei l'anima piuttosto.
Se immaginiamo una sorta di ebay per ogni concerto con aste singole per ogni biglietto (e non per gli ultimi introvabili) sarebbe interessante confrontare il risultato finale con i guadagni che hanno ora gli organizzatori.
A me pare che la tendenza verso la "digitalizzazione" sia evidente. Personalmente comprerei MOLTI brani da iTunes se solo fossero in formati non compressi (tipo FLAC).
RispondiEliminaCome è già stato detto questo porta anche ad una maggiore visibilità e possibilità per le "new entry".
Per quanto riguarda lo spostamento dei profitti dai dischi ai concerti, ne sono felicissimo. E ne sono felice perché spero che la gente smetta di andare a vedere gruppi che su cd sono fantastici mentre dal vivo sono pessimi. La musica è prima di tutto dal vivo, per come la penso io.
Il mondo è pieno di personaggi che ci vengono proposti in tv come dei cantanti e che live sparano delle stecche paurose.
I CD probabilmente non spariranno, ma faranno la stessa fine degli LP.
Il mercato dei libri sta reggendo ma, se si osservano le vendite di ebook in USA si nota un cambio di tendenza. Negli Stati Uniti come in nessun altro paese sta prendendo piede la vendita di libri digitali a prezzi più bassi delle copie cartacee. Uno dei più famosi ebook reader è di Amazon e si chiama Kindle. Persino l'ultimo nato in casa Apple (intendo quel troiaio chiamato iPad) ha un suo store online dal quale poter acquistare e scaricare ebook.
Resto comunque dell'idea che alcuni supporti siano molto legati all'opera stessa; tanto da valerne l'acquisto. Mi riferisco soprattutto a libri cartacei ed a LP.